Seattle non e' la capitale del nuovo rock americano. Il Grunge e' morto
bambino, quando Kobain ha iniziato a incassare milioni di dollari e si e'
trasferito in una villa da sogno sul Washington Lake, sulla riva opposta di
quella dove vivono Bill e Melinda Gates. Pensare che ancora oggi ci si
trovano ragazzi italiani in pellegrinaggio ad agosto, come fosse la tomba di
Jim Morrison a Parigi.
Seattle non e' nemmeno quel luogo bigio e dantesco dove piove nebbiolina
impalpabile per undici mesi l'anno. Almeno non piu'. "The Evergreen
State", recita il nickname dello stato. Ma quest'estate i prati sono gialli
come il grano maturo della mia Toscana. Il clima e' cambiato anche qui.
Basta sentire i racconti di chi ci e' nato per capire che fino a trent'anni
fa la luce del sole qui era un'evento raro come per il resto del mondo lo e'
un'eclissi totale.
Seattle racchiude in se' gli elementi della vita. L'acqua, tanta e ovunque. Salata o dolce. Calma dal lato nord del ponte galleggiante della Interstate 90, sempre agitata dal lato sud. Il perche' non lo capiro' mai.
La terra, vasta e fertile. Si producono vini ottima qualita', si alleva
bestiame come cent'anni fa. Ci crescono le ciliege piu' buone del mondo.
Il fuoco dei vulcani. Guardano la citta' da lontano, chissa' se per minacciarla o per proteggerla. Un giorno Mount Rainier rientrera' in attivita', dicono. ma per adesso resta li'. Unico e solitario, silenzioso e gigantesco pandoro, sempre inzuccherato di neve in mezzo ad una piana sconfinata che passa l'Oregon e va oltre. Il vento, teso e costante. Arriva da ovest, dall'oceano Pacifico oltre
l'Olympic Peninsula, l'unica foresta pluviale dell'emisfero nord al mondo.
E' un appuntamento che i velisti, i surfisti, gli aquilonisti non si perdono
mai per la durata di tutta l'estate. Il vento arriva puntuale alle cinque e mezza e resta li' ad intrattenerli fino a tardi.
Ci sono giorni in cui l'odore forte del mare arriva fino in mezzo ai grattacieli di downtown. I traghetti bianchi e verdi vanno e vengono da Bainbridge e Vashion; salpano e attraccano in continuazione vomitando o ingoiando fiumi di auto, biciclette e pendolari fino a notte fonda. Le navi cargo e da crociera ingorgano la baia e costringono i rimorchiatori a fatiche impensabili per imbarcazioni tanto piccole. Trainano, spingono, ruotano di 360 gradi navi di stazza enorme con grandi pittogrammi in cinese o forse coreano, o chissa' quale lingua, cariche di container multicolori fino ad altezze vertiginose. Venti o trenta gigantesche gru arancioni sovrastano il porto; ricordano nella forma i grandi dinosauri meccanici di Guerre Stellari. Lavorano ininterrottamente, caricando e scaricando i container sui treni, sui camion o in pile altissime sulle banchine, formando un vero e proprio quartiere con strade e incroci. La mattina presto, verso le sei o giu' di li', le navi da crociera arrivano dall'Alaska. Le vedo passare enormi con tutte le luci accese. La forma bianca immacolata si staglia sulle colline ancora grigie di buio di West Seattle, sul lato opposto della baia. Non emettono mai un suono a quell'ora. Arrivano quasi furtive e si vanno ad infilare al loro molo d'attracco piu' a sud, verso Harbor Island. Ci stanno un giorno o due e magicamente spariscono per un nuovo viaggio verso i Territori del Nord. Sogno di ogni americano in pensione.
Il mercato d Pike Place e' il centro nevralgico di downtown. Crocevia
obbligatorio per chi voglia incamminarsi verso le strade eleganti piu' ad
est o verso Belltown. Pike Place e' il mercato di Blade Runner dove le razze umane si mescolano con gli odori forti di cibo mai visto prima. La strada lastricata in pietra porta il pensiero lontano nel tempo, quando immigrati da ogni
angolo del mondo hanno dato vita a quello che negli anni settanta stava per
essere demolito e che solo la lungimiranza e la forza di volonta' di pochi
ha salvato da una fine certa, trasformandolo in un'attrazione locale e
creando lavoro per centinaia di persone.
Potrei camminare bendata attraverso il mercato, guidato solo dagli odori e
mi orienterei perfettamente tanto intensi e talvolta insopportabili sono.
Nei giorni di primavera, quando arriva la stagione dei tulipani, il mercato
e' un'esplosione di colori. Nella Skagit Valley si coltivano tulipani come
in Olanda e per tre settimane la citta' ne e' invasa. Ci sono personaggi da
mercato come in ogni mercato. Il pianista col pianoforte verticale mezzo
rattoppato che suona sul marciapiede, l'uomo dei palloncini che crea figure
e personaggi per i bambini, il coro gospel che fa venire i brividi lungo la
schiena dall'emozione, il teatrino con le marionette. Ogni anno arriva
qualche itinerante nuovo ed un pezzetto in piu' si aggiunge all'immenso
mosaico culturale a cui questo luogo da' vita ed energia. Non si va a Pike
Place per fare la spesa, ci si va per immergersi in un'esperienza urbana
unica al mondo.
A poca distanza, di fronte ai negozi piu' eleganti si fermano limousine ed auto da sogno coi vetri neri e intricate targhe personalizzate. Scaricano perlopiu' ricche signore fasciate in abiti e scarpe italiane. Con finta cordialita' consegnano le chiavi delle loro Porsche ai valet e spariscono nei negozi per riapparire mezzora piu' tardi cariche di buste e scatole, fiere di una caccia anche oggi andata bene.
Agli angoli delle strade piu' importanti del centro si piazzano da sempre ed in maniera strategica alcuni dei personaggi piu' caratteristici. Sempre gli stessi, sempre nello stesso punto, sberciando sempre la stessa frase o due. C'e' questo tizio, alto non piu' di un metro e sessanta nero come il carbone coi denti bianchi come un servito di porcellana che urla da anni qualcosa di non identificato contro la polizia locale, sorregge un cartello scritto in un inglese ancora meno comprensibile di quello che parla. Nessuno sa cosa l'abbia fatto imbestialire, la polizia lo tollera e quando non e' al suo angolo tra la Sesta e Pine in molti si preoccupano per la sua salute.
La mattina i 737 e i vecchi MD80 in partenza dal SeaTac solcano il cielo
rumorosi cercando col muso la rotta per qualche citta' distante. I commuters, gli elicotteri e i piccoli velivoli privati popolano un cielo che mai appare vuoto. Lo ricordo cosi' solo nella mattina dell'undici settembre 2001, quando subito dopo gli attentati vennero bloccati tutti i voli e chiusi tutti gli aeroporti. Gli aerei sono una parte importante nella cultura di questa citta'. Con la presenza del piu' grande produttore al mondo, anche se recentemente ha tradito Seattle per Chicago, la passione per il volo e' presente e palpabile. Ogni tanto, proveniente dall'impianto di Everett, passa a quota bassissima un 777 nuovo da verniciare per atterrare al Boeing Field. Li' si unisce ad altre decine di aerei pronti per essere consegnati alle compagnie di tutto il mondo e li' sostano finche' un'equipaggio non viene mandato a ritirarli, come si ritira la macchina nuova dal concessionario.
Capitol Hill e' il quartiere ribelle della citta'. E' il quartiere del gay pride,
dell'anticonformismo, della ribellione ai consumi di massa. Quelli che in
italia chiamate "il Popolo di Seattle" stanno tutti qui. E' stato il campo
di battaglia pricipale durante gli scontri al vertice WTO del 1999. Vivevo li' a quell'epoca. Per giorni, dopo gli scontri, ho raccattato pallottole di gomma e cartucce vuote di lacrimogeni da terra. Ci sono problemi, soprattutto di droga a piccola criminalita', a sciupare una cornice altrimenti genuinamente alternativa. E'
stata la mia prima vera esposizione alla cultura del rispetto ed ho imparato
molto. Piu' su me stesso che sui "diversi". Per la prima volta ho testato l'onesta' della mia tanto strombazzata apertura mentale ed ho dovuto fare non poche manovre di correzione prima di imparare a capire. Oggi ci vado meno spesso, piu' per mancanza di vere occasioni che altro, ma ogni volta che ci capito e' come ripassare il mio personale manuale di lezioni di vita.
Chiudo qui il mio piccolo omaggio a questo angolo d'America cosi' poco americano nella forma. "Home, is where I want to be, but I guess I'm already there..."